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VI Feria prenatalizia dell’Accolto

Pieter Bruegel il Giovane (1564- 1638) – Censimento di Betlemme (1605-1610 ca)
olio su tavola (120×171 cm) – Bonnefantenmuseum, Maastricht, Paesi Bassi

Sabato 23 dicembre (Vangelo di Luca 2,1-5)

1In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra. 2Questo primo censimento fu fatto quando Quirinio era governatore della Siria. 3Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. 4Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide. 5Doveva farsi censire insieme a Maria, sua sposa, che era incinta.


Siamo giunti all’ultima domenica di Avvento, commentando il breve brano evangelico del sabato che precede il Natale, nel quale si parla del censimento voluto dall’imperatore Cesare Augusto, per adempiere il cui comando anche Giuseppe e Maria, ormai al termine della sua gravidanza, intraprendono il lungo e periglioso viaggio per andare da Nazaret, in Galilea, a Betlemme, in Giudea. E lo facciamo con uno “strano” dipinto: il Censimento di Betlemme, nella versione di Pieter Bruegel il Giovane, conservata al Bonnefantenmuseum di Maastricht, in Olanda, una delle copie (le altre sono sparse in Francia e Belgio, tra Caen, Lille, Anversa e Bruxelles) dell’originale dipinto dal padre, Pieter Bruegel il Vecchio, nel 1566 e oggi custodito al Musées Royaux des Beaux-Arts de Belgique di Bruxelles.


Ho parlato di “strano” dipinto, perché è solo grazie al suo titolo che siamo in grado di legarlo al racconto di Luca. Senza una tale indicazione, nessuno penserebbe all’episodio evangelico del censimento. Infatti, solo osservando con attenzione scopriamo l’episodio della storia sacra all’interno di quella che, a prima vista, sembra un quadro di genere, con un normale spaccato di vita contadina in un villaggio delle Fiandre del Cinquecento.

Per meglio capire questo dipinto, permettetemi un breve excursus storico-artistico. Se pensiamo alla prima tavola di Pieter Bruegel il Vecchio, siamo nel 1566, nell’immediata vigilia della Guerra d’Indipendenza dei Paesi Bassi dal dominio spagnolo, parte dell’Impero Asburgico, che sarebbe durata ben ottant’anni: la nobiltà calvinista – e, al suo fianco, l’intero popolo olandese, vicino alle idee protestanti – si ribella alla governatrice Margherita d’Austria, ispanica e cattolica. E siamo a due soli anni dalla conclusione ufficiale del Concilio di Trento (sancita dalla bolla con la quale Papa Pio IV approvò tutti i decreti conciliari), convocato dalla Chiesa cattolica proprio per reagire alla diffusione della riforma protestante in Europa. Siamo, quindi, in un periodo particolarmente difficile per la pittura religiosa nei Paesi Bassi e, in generale, nell’Europa intera. Nel momento in cui la riforma protestante sancisce la nascita di un movimento iconoclasta e promuove addirittura la distruzione delle immagini sacre, Pieter Bruegel il Vecchio – e, dopo di lui, il figlio – dipinge opere vicine all’animo semplice dei fedeli, tenendosi lontano dalle consuetudini iconografiche della Chiesa cattolica e dalla ricerca di monumentalità degli artisti suoi contemporanei, influenzati dalla pittura italiana del tempo.

In queste “loro” opere (così accomunando padre e figlio), i Bruegel dipingono la scena del censimento di Giuseppe e Maria in una Betlemme del tutto improbabile, dove si uccide il maiale, come fanno i contadini in inverno e come sarebbe vietato – sempre – in terra ebraica; una Betlemme cosparsa di neve alla quale la coppia giunge con Maria seduta su un asino accompagnato da un bue: pronti – tutti – alla nascita nella mangiatoia di un’umile stalla; una Betlemme anacronistica, anche: sull’ufficio di registrazione pende già la corona cristiana dell’Avvento, mentre sul ghiaccio i ragazzi pattinano e giocano e, più in là, il popolo della povera gente lavora, costruisce, pulisce, vive la tradizione dei testi sacri per la prima volta tradotti nella propria lingua.

Maria e Giuseppe sembrano quasi nascondersi tra la folla brulicante che popola il paesaggio innevato, dedita alle mille attività della vita quotidiana, descritte con incredibile minuzia. Tutto – paesaggio, architetture, fogge dei vestiti, così come ogni più piccolo particolare – riporta al mondo che i Bruegel conoscevano e abitavano, nel quale il racconto evangelico appare calato e spogliato dei dati storici. Giuseppe, che porta gli strumenti tipici del suo mestiere – una sega sulla spalla e un succhiello alla cintura – è diretto verso la locanda “Alla Corona Verde”, per registrarsi e pagare le decime (dietro al davanzale, possiamo scorgere i volti di coloro che ricevono il denaro ed effettuano le registrazioni), davanti alla quale riconosciamo a stento, nel gruppo, gli ebrei in fila per il censimento. I personaggi biblici si mescolano agli abitanti del villaggio.


Queste opere ci offrono un’immagine alquanto inedita del Natale, ormai sconosciuta a noi, oggi, ma, forse, più vicina alla realtà di quello che è stato il primo Natale, quando Dio, pur nella sua onnipotenza, è entrato nella Storia e nelle nostre storie quasi in punta di piedi. Giuseppe e Maria si confondono nella folla, tra i carri, le bestie e le mercanzie. Non c’è nemmeno un’aureola che li evidenzi: la Sacra Famiglia è completamente anonima. Esattamente il contrario di ciò che avviene nei nostri presepi, dove la nascita di Nostro Signore è sempre messa al centro, bene in evidenza. Nelle varie copie del Censimento di Betlemme dei Bruegel – padre e figlio – non succede nulla di tutto questo! I genitori di Gesù sono una coppia come tante altre, che sta per avere un bambino come tanti altri, arrivata a Betlemme, per il censimento, come tanti altri. Ed è proprio quello che è avvenuto duemila anni fa: tutti coloro che vivevano intorno a Giuseppe e Maria vedevano l’ordinarietà di una madre in procinto a mettere al mondo un figlio. Tutto era sbilanciato non a favore della straordinarietà, ma dell’umiltà: «Mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio» (Lc 2,6-7). Quella nascita, dunque, fu un episodio normalissimo e, in questa sua normalità, il più umile. L’augurio, allora, è che la celebrazione del nostro Natale possa fare riferimento, in modo più veritiero, a quel primo Natale, così da non rischiare di costruirci una celebrazione a nostra misura, secondo i nostri gusti; un Natale magico, da favola, artificiale, falso e irreale; un Natale solo per i bambini e al quale gli adulti spesso, purtroppo, non credono più.

Se riconosciamo che la nascita di Gesù è stato un episodio umile e modesto, riflettere sul Natale significa ripartire dal più grande paradosso cristiano: l’umiltà, la fragilità e l’impotenza di un Dio onnipotente nell’amore che entra nel mondo con la piccolezza di un bambino in fasce che giace in una mangiatoia, di un neonato pienamente dipendente, che piange come tutti gli altri bimbi.

È il paradosso del Cristianesimo: Dio entra nella quotidianità di ognuno di noi come un bambino, nella debolezza e nell’impotenza, così da dare un senso alla nostra debolezza e alla nostra impotenza. Egli non ci protegge dalla sofferenza, ma ci protegge nella sofferenza. A un Dio trascendente e lontano, che troneggia in una beatitudine apatica e indisturbata ci si può anche ribellare. Un Dio così fatto non ci serve. Ma potrà mai l’uomo ribellarsi a un Dio che, nelle sembianze di un bambino, ha rivelato tutta la sua tenerezza e la sua compassione?

Come posso, allora, io, ribellarmi a questo Amore senza confini che abbraccia il mio dolore e fa tacere le mie paure?