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Commento artistico del Vangelo nella Messa della Notte

William Grosvenor Congdon (1912-1998) – Natività 1960 (1960)
olio e pittura d’oro e d’argento su masonite (130×120 cm) – collezione privata

Messa nella notte del Natale del Signore

Domenica 24 dicembre (Vangelo di Giovanni 1,9-14)

9Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo. 10Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui; eppure il mondo non lo ha riconosciuto. 11Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. 12A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, 13i quali, non da sangue né da volere di carne né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati. 14E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità.

L’Avvento è giunto al termine e siamo alla Vigilia del Natale, commentando il Vangelo della “Messa nella notte” con un dipinto, del 1960, dell’americano William Grosvenor Congdon. Nato nel 1912 da una facoltosa famiglia di industriali, quando gli Stati Uniti entrano nella Seconda guerra mondiale egli si arruola nell’American Field Service, al seguito dell’esercito statunitense nell’opera di soccorso nel campo di concentramento di Bergen Belsen. Costretto ad affrontare quotidianamente una crudeltà sconfinata, per l’artista ha così inizio una tormentata riflessione sul mistero del male, che lo accompagnerà poi per tutta la vita. Il 1959 è una tappa fondamentale per il suo cammino di crescita spirituale, quando abbraccia la fede cattolica ricevendo il Battesimo ad Assisi. In questa città si stabilisce in modo permanente fino al trasferimento, nel 1979, alla Cascinazza, monastero benedettino situato nella bassa lombarda, alle porte di Milano, dove trascorre i suoi ultimi anni per poi spegnersi il 15 aprile del 1998, giorno del suo 86° compleanno.


L’opera scelta per commentare il testo giovanneo, costituisce un notevole esempio del problematico confronto tra il linguaggio dell’arte contemporanea e l’iconografia cristiana tradizionale: è un dipinto su masonite – a olio e pittura d’oro e d’argento – e fu realizzato in un periodo molto particolare del percorso dell’artista, circa un anno dopo la sua conversione al cattolicesimo. Nei tre-quattro anni successivi all’autunno del 1960, Congdon eseguì più di 130 opere ispirate alle grandi feste liturgiche o a episodi del Nuovo e Vecchio Testamento. Fu artista estremo: le sue opere sono spazi che oltrepassano il visibile, che costringono l’occhio di chi guarda ad andare oltre. Fu un artista che amava dire, e non nascondere. Fu artista per vocazione, per devozione, per conversione. Visse l’orrore della guerra, e l’attraversò facendo della pittura il suo scudo, il suo porto sicuro. Tuttavia, egli si accorse presto che non è possibile aderire all’arte facendone un luogo rassicurante per sfuggire alla crudeltà del mondo. Fu l’incontro con il sacro a permettergli di essere pittore per scelta, consapevole della grande responsabilità del proprio compito: l’arte diventò mezzo per farsi trasfigurare e attraversare dalla grandezza di Dio.

Al violento e angoscioso bisogno dell’uomo del Novecento di toccare la realtà per fare esperienza del Vero, Congdon risponde con la sua delicata, inerme, dolcissima Natività, che si colloca all’inizio del suo percorso di conversione – essendo stata eseguita a ridosso del Natale del 1960 – ed è immagine pittorica di particolare ricchezza. Le forme, la stesura del colore e il trattamento della materia portano l’impronta dell’inquietudine esistenziale dell’arte del dopoguerra; e conferiscono un’intensa drammaticità alla tradizionale iconografia del presepe.

Di qui il forte impatto dell’immagine sull’osservatore, proprio a richiamare l’inaudito evento dell’Incarnazione. La Natività è l’esempio del suo amore delicato per le figure rappresentate, verso le quali nutre rispetto e istinto di protezione: sembra conservarle e preservarle, in una stanza rosea e celeste, protetta dalla roccia e riscaldata dal fuoco ctonio del mondo, un sipario riposto in un cuore profondo e nascosto che sembra sul punto di calare per proteggere Maria e il Cristo appena nato da uno sguardo che potrebbe interrompere quella tenera intimità. La capanna – come la Croce in altri lavori dell’artista – testimonia la trasfigurazione che modella il colore per sottolineare la sua ricerca sui simboli. Nel quadro sta tutta la storia di Gesù: troviamo il rosso della Via Crucis, il bianco della resurrezione, la concretezza della terra, lo stupore del miracolo. Esso è armonia che mai rinuncia alla libertà di scegliere la Verità.

Una potente esplosione di luce va a riempire la grande cavità scura di un’esile capanna, dalle pareti di un color ferroso. Congdon rilegge l’evento fondamentale della nascita del Salvatore che si incunea dentro il solco profondo dei secoli. Se le sofferenze degli uomini scavano una voragine nel tempo e nella storia, se ogni generazione sembra toccare il fondo, raggiungendo il colmo del proprio dolore, questa Natività ci dice che, pur nella profondità e nell’oscurità di questa caduta, ogni uomo ha la possibilità di vedere esplodere la luce di una pur immeritata Redenzione.

Nella parte superiore del dipinto, cori di angeli annunciano agli uomini di buona volontà di ogni tempo che Dio è qui, con noi, nell’“hic et nunc”. Il fitto lavoro di incisione crea una preziosa e vibrante tessitura che ha un effetto anche musicale: sembra proprio che, oltre a poterlo vedere, si possa anche udire il tripudio degli angeli, simile a un volo di colombe. Ricordiamo come Dio si fa riconoscere da Mosè – nella traduzione della CEI – in Esodo 3,14: «Io sono colui che sono!» (אֶֽהְיֶ֖ה אֲשֶׁ֣ר אֶֽהְיֶ֑ה). Ma la tradizione rabbinica traduce, in modo assai suggestivo, con «Dio è qui». Sì, Dio è qui, nel cono di luce che promana da questa piccola grotta. Ci vogliono occhi e mente aperti per vedere questa epifania di un Dio che ci ama gratuitamente e incondizionatamente. Nel dipinto di Congdon la greppia di Betlemme diviene una sorta di grembo universale che accoglie ogni uomo.

Al fondo della capanna, su un parallelepipedo metallico Congdon ha dipinto – con una grazia e un’ingenuità quasi naif – la bella figuretta azzurra di Maria – grazie alla quale ha origine la Vita – che si fa presenza silenziosa che porta in grembo una minuscola forma bianca, che ha in sé ogni possibile dono. Il basamento su cui siede la Madre di Dio non può non ricordarci una pietra d’altare, sensazione ancor più accentuata dal sovrastante, leggero, tettuccio sorretto da colonne filiformi, che ha l’aspetto di un baldacchino. Nelle intenzioni dell’artista statunitense, dunque, l’evento storico della Natività assume anche un valore cosmico e sacramentale: il Gesù che nasce e si incarna nella Storia è, nello stesso tempo, il Gesù eucaristico, offerto ai credenti per la loro salvezza.

Nella Natività, Madre e Bambino sono come chiusi nel loro dialogo di silenzio notturno. Nessun altro è presente. Il quadro vuole esprimere candore e bellezza: in esso l’origine è data, accade, è ostinata e visibile al mondo.

È da Cristo che proviene l’unica luce capace di accendere il nostro sguardo: è Lui la Luce vera che viene nel mondo. Maria altro non è che la lampada che la contiene, il candelabro umano del nuovo tempio, l’ostensorio che sorregge il Figlio per far sì che gli uomini possano vedere quella Luce.

Contemplare questo dipinto, allora, fa bene al cuore. Invita a credere che il Natale viene con la sua indistruttibile poesia, per insegnarci a sollevare lo sguardo: oltre il fondo delle nostre miserie, per guardare più in alto, dove cori d’angeli, ancora, cantano instancabilmente un’insperata salvezza aperta all’uomo.

BUON NATALE!!!